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Dipendenza da Internet (Internet addiction disorder IAD)

Dopo la rivoluzione industriale del XIX secolo, l’era di internet, sembra essere il maggior cambiamento globale avvenuto a livello planetario negli ultimi 3 secoli, ossia, l’evento che ha cambiato il modo di pensare e di vivere di tutti.

Internet segna l’inizio di una nuova epoca: l’era digitale, indica la radicale trasformazione culturale che ha condotto l’umanità verso il terzo millennio.

Questo comporta una serie di aspetti problematici sugli equilibri affettivi, e relazionali ed anche sull’assetto cognitivo delle persone.

Gli scenari aperti da Internet, stanno modificando rapidamente le nostre abitudini e le modalità di intendere i processi di comunicazione, introducendo nuovi modelli esperienziali, relazionali e cognitivi in ogni ambito relazionale.

Sempre più specialisti hanno ritenuto indispensabile analizzare i cambiamenti che si verificano nella psiche umana in rapporto alla diffusione della rete e si sono interrogati, non solo sui benefici, ma anche sui rischi psicopatologici connessi all’abuso.

Alcune caratteristiche di questo mezzo di comunicazione:

  • facile accessibilità;

  • annullamento delle distanze;

  • superamento dei normali vincoli spazio temporali;

  • quantità di stimoli;

  • possibilità dell’anonimato;

  • parificazione dello status sociale;

  • possibilità di esplorare aspetti differenti della personalità dell’individuo.

A partire dal 1996, e’ stata ipotizzata e documentata una forma di dipendenza da Internet nota con l’acronimo di IAD, Internet Addiction Disorder.

La IAD e’ una delle ultime forme delle cosiddette “dipendenze senza sostanze“.

I sintomi delle patologie da dipendenza sono (o possono essere): desiderio incontrollabile (craving), problemi sociali, coniugali, prestazionali, sintomi astinenziali, isolamento, perdita di controllo, difficoltà economiche e lavorative.

Nel ’98 sono stati evidenziati 6 criteri operazionali:

1. Salienza: l’attività occupa in maniera predominante la sfera cognitiva, affettiva e comportamentale;
2. Modificazioni del tono dell’umore: l’attività può avere effetti di arousing o tranquillizzanti;
3. Tolleranza: il soggetto impegna un intervallo di tempo progressivamente piu’ ampio;
4. Astinenza: l’allontanamento dall’attività produce una classica sindrome da astinenza;
5. Conflitti: a causa dell’attività prolungata insorgono conflitti nello svolgimento di altri compiti o nelle relazioni;

  • 6. Recidiva: vi e’ una tendenza a perpetrare in maniera compulsiva l’atto o ricadute.

I soggetti piu’ a rischio sembrerebbero avere un’età tra i 15 e i 40 anni, maggiormente uomini, con carenze comunicative.

Per le persone che presentano problematiche psicologiche preesistenti, la IAD rappresenterebbe un “comportamento di evitamento“, grazie al quale il soggetto evita di affrontare i propri problemi spostando l’attenzione e dedicando la maggior parte del proprio tempo ad attività svolte in Internet.

In Italia sono state evidenziate due tappe che portano a sviluppare una vera e propria rete-dipendenza:

  1. la tossicofilia (interesse ossessivo per la mail-box, progressivo tempo trascorso in rete, appropriazione del gergo, partecipazione intensa a chat e gruppi di discussione, ecc.);

  2. la tossicomania, in cui i collegamenti sono cosi’ prolungati da compromettere la vita di relazione, sociale e professionale.

La condotta tossicomanica riguarda solo soggetti con problematiche psicologiche pregresse come tratti ossessivi-compulsivi.

Vari studi sulla personalità dei soggetti “dipendenti” e “non dipendenti” ha riscontrato nei soggetti dipendenti, tratti di personalità psicopatologici e comorbilità tra la IAD e altri disturbi psichiatrici.

Occorre tuttavia osservare, che solo ricerche longitudinali potranno in futuro stabilire se i tratti psicopatologici siano un effetto o causa della rete dipendenza.

Una categoria estremamente esperta ed “affascinata” dalla rete, con le sue infinite potenzialità, è quella degli adolescenti e dei giovani, per i quali si rende necessario un lavoro particolarmente attento in termini di prevenzione.

Internet, nuovo mezzo di comunicazione, rappresenta un fenomeno di massa e può essere considerato la vera, straordinaria novità del III millennio, non a caso denominato “era digitale“.
Una grandissima innovazione dalle enormi potenzialità, ma dai rischi altrettanto elevati.
E’ fondamentale, perciò, per i professionisti che si occupano della salute mentale e del benessere approfondire e studiare l’impatto che un mezzo cosi’ potente può avere sulla mente umana, sia in termine di prevenzione che in termini di cura laddove l’uso si trasformi in abuso, ovvero in un quadro psicopatologico.

Dipendenza dalla tecnologia

pensieri

Secondo una nuova ricerca dell’Università della Virginia e Harvard, molte persone farebbero qualunque cosa pur di non rimanere sole con i propri pensieri. E se il termine “qualunque cosa” vi sembra esagerato sappiate che c’è chi è arrivato a preferire di auto-somministrarsi scosse elettriche piuttosto che fare i conti con sé stesso.

I ricercatori hanno condotto una serie di studi che hanno coinvolto quasi 300 uomini e donne, di età compresa 18 e 77 anni. I partecipanti sono stati invitati a sedersi da soli in una stanza per 15 minuti, lontano da telefoni cellulari e altre distrazioni, con la sola compagnia dei propri pensieri.

Come hanno reagito al tu per tu con sé stessi? In media, la maggior parte dei soggetti ha dichiarato di non amare affatto non avere nulla da fare. E questo effetto è stato trovato in tutte le età.

Ma fino a che punto la gente desidera evitare di passare del tempo senza occuparsi di qualcosa? Per scoprirlo, i ricercatori hanno dato la possibilità a 42 uomini e donne di “intrattenersi” per 15 minuti auto-somministrandosi delle scosse elettriche: abbastanza sorprendentemente, il 67 per cento degli uomini e il 25 per cento delle donne ha deciso di farlo!

Cosa spiega questa decisione?

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L’ipotesi dei ricercatori è che la mente umana si è evoluta nella relazione con il mondo esterno, nella necessità di essere vigile per affrontare i pericoli esterni e cogliere opportunità; questo impegno nei confronti dell’esterno è prioritario, anche a prezzo del dolore fisico.

Inoltre la nostra crescente dipendenza dalla tecnologia allontana la noia, ma potrebbe esacerbare l’effetto del nostro impegno nei confronti dell’esterno. “Cerchiamo la tecnologia perché intrattenerci solo con i nostri pensieri ci è difficile, e la tecnologia è un’alternativa facilmente disponibile”, sostengono i ricercatori.

Questo però causa l’instaurarsi di un circolo vizioso per il quale, sempre meno abituati a stare soli con i nostri pensieri, finiamo per trovarlo sempre più difficile e meno piacevole rispetto alla stimolazione proveniente dall’esterno e quindi ad evitarlo con ogni mezzo a disposizione.

In futuro i ricercatori vogliono scoprire se aiutare le persone a familiarizzare con i propri pensieri, per esempio con un vero e proprio training di formazione, possa essere utile affinchè imparino ad usarlo come meccanismo di coping, o se possa loro servire ad aumentare il benessere a lungo termine e la produttività.